12\12\2010
Questa volta abbiamo litigato.
Era Sabato mattina e la mamma mi stava abbracciandomi quando mi ha chiesto se il prossimo week end sarei stato a casa. No, sarei andato a Torino.
Gioco, set, partita.
Si è inscurita e non mi ha più parlato. Il motivo è sempre lo stesso.
Sono troppo assente. Secondo lei. Non voglio tediarti su chi ha ragione.
Certo in inverno sono più impegnato, ma in estate sono sempre tra i piedi.
La cosa buffa è che in estate appena posso scappo dietro un palo a leggere un libro.
In ogni caso si è arrabbiata e sono partito due giorni per Torino senza un saluto.
Non ci siamo sentiti tutto il giorno e forse, da quando la conosco, siamo stati un giorno intero senza sentire le nostri voci.
Io sono molto orgoglioso e quindi non è che mi sono divorato nel dolore anche perché sostengo che la propria compagna deve essere paziente non solo verso il proprio figlio, ma anche verso il compagno.
A tutto c’è un limite, ma l’asticella la mettiamo ad altezze diverse.
Domenica mattina mi risponde al telefono. Gelida e distante, ma mi risponde.
Ho subito pensato, come il più stupido dei maschi, che una nottata di sonno potesse aver avuto un effetto di sbollimento di rabbia e nervoso ed invece, stava solo preparando la tagliola sotto le foglie.
Sono stato a Torino con lo Zio Andrea. Mi ha accompagnato in questa due giorni e se non fosse così mansueto e bradipiano, potrebbe considerarsi anche un buon compagno di viaggio. Il problema grave è che, nonostante stimiamo (o invidiamo) i nostri rispettivi pregi, abbiamo una tempistica della vita completamente sfasata.
Io posso finire un pasto in pochi minuti, portandomi via la roba, magari mangiandola lungo il marciapiede per potere fare tutto mentre lui, con la lentezza con cui si forma la nebbia, assapora ogni singolo boccone, pensando (credo), che sia l’ultimo.
Non importa se non riesce a fare tutto o se arriva ad un appuntamento in ritardo, l’idea della volata non lo sfiora.
Ritengo che pensi che ciò che non riesce a fare non sia mai dovuto alle sue lungaggini, ma ad un volere divino che per qualche motivo gli ha fatto capire che quella cosa non valeva la pena fino in fondo o se valeva, comunque non dall’inizio. Lo Zio Andrea è comunque un pensatore sano, un purissimo cronopio, un rivoluzionario moderno che fa la guerra con la lentezza e una visione del mondo schifosamente a colori.
Ma la sua peculiarità migliore è che riesce a coprire, in maniera misteriosa e per niente ostentata, la sua stempiatura con un taglio scaltro e sicuro, del quale peraltro, l’autore, almeno in paese, è coperto da una omertà assai sospetta.
La mattina di Domenica l’abbiamo passata al Baloon, uno mercato di rigattieri, secondo solo a quello di Madrid. Non è impossibile imbattersi in chiavi inglesi, Cd, libri, Cellulari e caschi. Per noi forestieri tutto sa terribilmente di crimine e le facce che compongono il baloon sembrano uscite dalla lista della questura alla voce: ricettazione.
Ci accompagna la Francesca, vecchia volpe della zona che oltre ad avere il talento della contrattazione, (simile ad un ambulante di Lagos), è anche mia amica, per avermi fatto scoprire le asperità delle rocce Alpine, ma questa è un’altra storia.
La mamma ha posto una regola: Quando si è in viaggio si torna con un regalo.
Al Baloon speravo di trovare il portatile che mi avevano rubato e un piccolo regalo per te. Ho cercato molto.
Non volevo regalarti il solito libro, con i soliti animali della fattoria dagli occhi strafatti, ma nemmeno una maglia o un braccialetto.
Cercavo qualcosa di bello e inutile. Alla fine l’ho vista lì, sul bancone, vicina a quattro pile duracell e un metro di legno da muratore. Una bellissima spazzola anni 50.
Con il manico alla Francese e il disegno di una Madame Bovary.
Un oggetto d’una grazia d’altri tempi, molto dolce e uscito dall’educazione sentimentale di Flaubert. Ne ero entusiasta. Ti ho immaginato che ti davi cento colpi di spazzola ogni sera e ho manifestato l’intenzione alla venditrice di regalartelo.
Lei mi ha guardato con indifferenza e mi sono sentito sciocco.
A quel punto ho continuato il giretto, ma senza trovare molto se non un paio di libri. Lo Zio Andrea invece ha comprato:
una piantana anni 70 a 30 euro, con uno stelo pesantissimo, di misterioso utilizzo finale, ma dal quale mi sono ben guardato dal porre domande, che ho trasportato fino alla macchina con fatica.
3 lampade (incomplete) verdi, belle come un becco di zanzara, a 5 euro l’una da un marocchino, che le aveva trovate nel rusco.
Un disco dei righeira.
Lo stesso poi, quando ha saputo che lo Zio Andrea era un architetto, gli ha chiesto se poteva trovargli un lavoro nell’edilizia.
Mentre tornavamo, un sintomo influenzale mi ha preso e ho fatto una fatica terribile. Avevo i brividi. Andrea mi offre un Moment a Fidenza, ma è ancora presto. Mi sentivo la febbre, ma la mamma andava affrontata al pieno delle energie. Eroicamente, l’ho deglutita solo a Bagnacavallo, vicino casa.
Quando sono arrivato a casa mi ha trattato con indifferenza, come un vicino che è tornato. Ti ho dato la spazzola che ha catturato una manciata di secondi della tua attenzione e abbiamo giocato insieme per un ora fino a che, vedo la mamma prepararsi.
“Dove vai”.
“Esco”.
Gelo. Esco?. La mamma mai è uscita. Non è nelle sue corde.
“Come esci?”.
“Esco”.
Si stava cambiando. Usciva proprio.
“Dove vai?”.
“Al cinema”.
“Alle sei e mezzo?”
“Prima esco a cena”.
“A cena con chi?” Mi stavo incazzando con assoluta certezza.
“Da sola”.
Ah. Da sola.
Hai capito l’antilope che mi stava lanciando?
Dato che l’avevo lasciata due giorni da sola lei contraccambiava con la stessa moneta.
Mi faceva piacere che uscisse, ma per vendetta no.
Inoltre per la prima volta significava che dovevo metterti a letto io e tu, da sempre, ti addormenti poppando la tetta. Mica facendo la formazione del fantabasket.
Ed ero anche influenzato. Mi ha fatto male vederla uscire e vedere che lo faceva controvoglia. Questo è il tenore delle nostre litigate. Gesti simbolici e silenzi.
Come due handicappati.
Poi ci siamo scambiati messaggi per tre ore come due adolescenti.
Ma parliamo di noi due in casa ora.
Con me sei profondamente diversa e ciò mi piace tanto. Non fai capricci e ci intendiamo. Con la mamma sei insopportabile e tendi ad essere sempre lamentosa e piena di richieste, ma con me sei sobria.
Sai che non c’è trippa per gatti.
Puoi anche fare i capricci, buttarti a terra o chiedere smarties in continuazione che tanto impiego almeno cinque minuti a darti credito e tu ti sei già stancata. Giochi anche da sola. Sei quasi più grande.
Poi è arrivata l’ora della nanna. Io temevo, ed invece è andata così.
Ti ho messo il pigiama e cambiato il pannolino, abbassato le luci, mostrato che effettivamente fuori era buio e seduto sulla poltrona in camera tua.
Ti ho letto un libro. Un libro sulla manutenzione del cavallo che ti fa impazzire.
Poi dopo mi hai guardato e chiesto che te lo leggessi un’altra volta.
Certo, un’altra volta, ma poi nanne. Senza condizioni. Sono stato chiaro.
Ho spento le luci e mi sono seduto sul tuo lettino e ti ho detto di fare le nanne.
Da sola. Senza cullarti.
Tu sei stata un po indecisa, poi mi hai dato una grande abbracciata e ti sei messa giù. L’abbracciata spontanea mi ha un po’ impressionato perché non sei sempre foriera di coccole con me.
Stavi li con gli occhi aperti. Io ti ho rassicurato e sono uscito dalla camera.
Bevevo un bicchiere d’acqua e tornavo, ti giuravo che ero li solo per te e che non ti avrei mai abbandonato, che ti avrei difeso dalle paure delle ipocondrie come dice Battiato.
Dopo 10 minuti dormivi e avevi cancellato ogni tristezza in me. Ero così orgoglioso.
Quando la mamma è tornata dormivo o meglio facevo finta (ma rimanga fra noi).
A letto ci siamo leccati un po’ le ferite e io le ho giurato che l’amavo.
Non mi ha perdonato, non poteva farlo, ma ho sentito che non può fare a meno di me. Il mattino dopo mi ha tenuto ancora il muso, ma durante il giorno si è sciolta un pochino e la sera è tornata a sorridermi, come sempre.
Notte babbo