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7 anni

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7 anni.

Come puoi desiderare di festeggiare il tuo settimo compleanno? In piscina. Colpo di scena. Idea tutta tua. Non hai pensato a celebrazioni di alcun tipo. Hai rinunciato a tutto, anche alla torta pur di riunire tutti i tuoi amici in piscina. Io ci sono rimasto un po’ così:

“Ma come, niente torta, non la canzoncina tanti auguri, non una caccia al tesoro?”.

Ma tu, decisa come Fidel sulla Sierra, avevi deciso.  Hai distribuito gli inviti. Oh, cercare in inverno una piscina riscaldata non è come cercare un negozio di telefonia in un centro commerciale. Ne consultiamo alcune e optiamo per le terme di punta marina. Le terme hanno anche un percorso emozionale che però dovremmo condividere anche con gli astanti. Non ci intimoriamo, nonostante ci dobbiamo separare da 130 monetine da un euro. Una cifra folle ma insignificante se serve  a farti felice.

Ci troviamo tutti alle 15 nel parcheggio con bimbi e genitori. La cosa che non finisce di stupirmi è che i bambini sono sempre più dei genitori e questi ultimi devono vedere i compleanni altrui come delle vere vincite al superenalotto.

Io non so nuotare ma mitigo bene questa mancanza soprattutto se tocco. Sono nominato bagnino e collaboratore in piscina. Mi devo occupare che nessuno decida di fare il gioco del sommozzatore o che venga sperimentata la water torture sdoganata come gioco innocente. I bambini sono capaci di tutto. Me ne sto li rilassato come una mantide davanti al bocchettone del idromassaggio quando noto che una bambina, Caterina, piange.

Entro in azione e scopro che questa bambina russa, di Mosca, non ha nessun legame con l’acqua. Piangeva perché le andavano schizzi di acqua negli occhi. Un po’ come trovare intollerante il caldo ad agosto. Noto che ha una sintonia con l’acqua come io con il violino. Piagnucola e scopro in me lo spirito del missionario. Così le prendo una tavoletta e delicatamente le spiego l’arte del nuoto. Io annegherei come una morsa con una tavoletta ma questo lei non lo sa e mi segue come un cucciolo affamato. Facciamo alcuni giri della vasca, io l’affianco e la tengo e mi spaccio come il suo salvatore, poi la lascio andare come si dovrebbe fare con gli animali dopo averli accuditi. Ho fatto tutto sovrappensiero e non credevo di essere visto. Invece, L’awa, una bambina senegalese che mi devo trattenere dal non chiamare Awa Awa, mi guarda con occhi da volpe braccata. Così devolvo dieci minuti del mio tempo anche a lei. Awa è una bambina riservatissima  e mi risponderà solo con alcuni cenni del capo, nonostante ciò, coglierò in lei un filo di gratitudine. La lascio andare come il gabbiano ripulito di petrolio quando mi salta addosso la sorella di Awa, che esige una lezione di nuoto. Eh no, lei sapeva nuotare e questo vogliono solo distrarmi dall’idromassaggio!

Non mancano momenti cruciali. Tu vai un po’ in crisi quando i giochi galleggianti che ti sei portata da casa non ti vengono chiesti formalmente e alcuni bimbi giocano ignari e apparentemente disinteressati alle tue richieste. La zia Licia, sapientemente scongelata per l’occasione, fa da paciere e ti quieta come crocodille dundee nella scena del bisonte. La mamma ruota tra le mamme, misteriosamente rimaste in borghese a bordo vasca e la piscina. Saranno due ore davvero piacevoli.

Non potevamo rinunciare alla torta. Così ce ne andiamo nell’unica pasticceria aperta di Marina di Ravenna. Si tratta più di un bar di terz’ordine ma nessuno ci fa caso. Non ci sono nemmeno i posti a sedere ma il chiasso sarà sufficiente per far alzare quattro clienti. E’ tutto un po’ lasciato al caso ma mi sembra bello lo stesso. La torta poi, scelta da te, si rivelerà buonissima e i bis potevamo anche batterli all’asta più che offrirli così. Solo io sembro accorgermi della dignitosa povertà del luogo, tutti ridono e i bambini, sfiancati da due ore di mulini nell’acqua, sono quieti.

La cosa incredibile di questa festa è che nei giorni seguenti, quando io o la mamma ti accompagnavamo a scuola, i genitori a cui era giunto l’eco di questa festa ci facevano ancora i complimenti per l’idea. Tu eri compiaciutissima.

Noi anche, per la figlia che abbiamo.

‘notte babbo

Sei anni

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Il 26 gennaio 2009 alle 17,22 ho realizzato l’unico filmino della mia vita. Ero in sala parto e stavo cercando di mettere la telecamera in modo da riprendere il tuo primo respiro nel mondo senza che l’occhio catturasse le nudità della mamma. Devo convenire di aver fatto un buon lavoro e ogni tanto tu e la mamma riguardate quel video ed io mi siedo con voi perché è sempre bello vedere come stavo senza capelli bianchi. Un ragazzino.

Quando sei nata sei uscita a tappo di champagne sorprendendo ostetriche e te stessa, perché non ti sei messa a piangere subito, ma hai atteso un paio di secondi. Al terzo secondo ti avrei data per morta, ma poi la storia ha preso un’altra piega.

Oggi è il 26 gennaio 2015 ed alle 17.22 sto organizzando una caccia al tesoro nel soggiorno di casa nostra, che l’ammiraglio Nelson se la sognava la notte al largo della Patagonia. Quest’anno siamo riusciti a dribblare il compleanno sui gonfiabili (tra noleggi, affitti, pulizie, allestimenti e rinfresco, 250 euro. NDA) così abbiamo organizzato un compleanno casalingo con una severissima selezione d’amici. Siete tu, Giulia, Ginevra, Filippo, Viola, Martina. Alcuni hanno declinato. Meglio così, meno siamo più gloria ci sarà da spartire alla fine.

Siete tutti bambini molto dolci e candidi e, fino alla caccia al tesoro, tutto era scivolato via attraverso un sentiero di concordia e allegria. Io, ingenuamente, avevo organizzato un’innocua caccia al tesoro, un po’ per arricchire la festa, un po’ perché la mamma aveva svolto un ricercato lavoro di frantumazione delle scatole circa il mio impegno in tutto ciò. Avevo creato una ventina di foglietti dove avevo scritto piccoli indovinelli demenziali che dovevano dare il via ad una caccia di altrettanti regali nascosti. Un esempio:

“Se farlo volare vorrai, nella cuccia del cane cercherai”.

Ed avevo nascosto un boomerang sotto il cuscino della cuccia di Nahui.

Avevo nascosto una ventina di oggetti che avevo rinvenuto in negozio, di un’inutilità sorprendente: occhiali finti con baffi, pettini giganti, un rotolo di carta igienica con chiazze marroni, un dito di plastica mozzato, un palloncino da gonfiare e mettere sotto le sedie per riprodurre i peti (contesissimo poi da alcune mamme).

Il disegno di Dio ha una semplicità di fondo che continua a sfuggirci e i bambini mi hanno rammentato che è perché la nostra concezione di semplicità cambia ogni giorno. Così se prima era naturale giocare a travestirsi da Elsa, ora è naturale scannarsi per ottenere un tesoro nascosto. Al primo pizzino letto, i tuoi compagni hanno iniziato a sgomitare e mettere da parte ogni segno di civiltà per cercare il tesoro. Dopo il boomerang ritrovato tu eri già a letto a piangere, inconsolabile. In un amen non eri più la festeggiata e in loro era uscito l’animale materialista, levatosi sulle zampe posteriore, bramoso solo di conquistare il prossimo premio. Ho dovuto sospendere la caccia e cambiare le regole d’ingaggio. Non più gara individuale, ma assistita. Ognuno avrebbe avuto un bigliettino e gli altri avrebbero dovuto aiutarlo nel trovare il premio. Per ricacciarti indietro le lacrime ti ho fatto trovare i due premi successivi: degli indelebili a forma di pesce e una borsetta di Mafalda di insolita bruttezza.

Il compleanno si è rivelato di discreto successo e le rare mamme che sono rimaste mi hanno lusingato chiedendo se potevo ideare una cosa simile al compleanno dei loro figli. Ho risposto che pagando si può ottenere tutto. Non hanno ritenuto opportuno pormi altre domande.

Un’altra cosa che mi ha colpito del compleanno è che i genitori portavano i figli e poi, fingendo un moderato interesse verso il tuo compleanno, in lenta derapata uscivano di scena, adducendo la voglia di potersi fare un giro dopo almeno sei lunghi anni di prigionia familiare. Anche io mi sarei comportato alla stessa maniera, con quel sottile egoismo che mi contraddistingue, ma l’ho trovato inconsueto in persone così perbene.

Noi ti abbiamo regalato la parrucca di Elsa, i tuoi amici, unendo le forze, un Lego e i nonni un paio di pattini che ancora dovrai comprare. La tua camera è ancora abbellita e hai voluto lasciare i palloncini appesi. Di notte, come un colpo di stato improvviso, ne esplode qualcuno. Noi ci svegliamo, ruminiamo due o tre bestemmie, poi ci rimettiamo a dormire, placidi.

‘notte babbo

Tempo

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E niente….uno ci pensa e si accorge che si sta lasciando vivere. Stai per compiere sei anni. Sei ancora piccola, eppure mi appari già grande. Un carattere, una personalità, desideri definiti, passioni, inclinazioni. Una persona; eppure ciò lo intuisco da piccoli cambiamenti a fine giornata.

Accorgersi che non si fa ciò che si potrebbe, rinunciarvi.

Io lavoro a Bagnacavallo e tu vai a scuola a Ravenna. Non è comodo tornare e pranzare con te. Non impossibile, ma scomodo. E spesso, anzi sempre, decido di non tornare. So che sei in buone mani e quindi ti lascio alla tua vita. Un po’ di tempo fa però è accaduta una cosa semplice ma speciale. Telefonando alla mamma lei mi dice che è a pranzo con una bellissima ragazza. Così io le dico che mi posso liberare ed arrivare in poco tempo per conoscere questa ragazza, ma poi scopro che sei tu. Li per lì sorrido, ma poi ci penso e rifletto. Ripeto –ragazza- tra me e me e penso che non sei una ragazza, ma nemmeno una neonata. Così prendo una decisione. La scrivo per renderla definitiva. Devo passare più tempo con te, anche se è complicato.

Così, da un paio di settimane chiudo il negozio con urgenza e mi catapulto ai 140 orari verso Ravenna. Ti vengo a prendere da scuola (la prima volta ho sbagliato entrata e stavo già per telefonare alla mamma dicendo che non c’eri), portiamo lo zaino in auto, tu saluti Nahui che con il freddo si acciambella sul sedile e rinuncia a passeggiare con noi per Ravenna. Abbiamo deciso che vogliamo il meglio e che dobbiamo visitare la città.

Tempo fa ho letto una intervista a Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay, nella quale sottolineava che è assurdo lottare per mettere da parte soldi per la vecchiaia. L’unico motivo per cui lo si dovrebbe fare è se ci fosse un mercato del tempo, dove poter pagare per avere altri cinque anni. Ora, io sono romagnolo quindi risparmiatore sottopelle, ma questa cosa di Pepe mi ha fatto pensare. Mi sono detto che mi piacerebbe mangiare ogni volta in un posto nuovo a Ravenna quando sono con te. Cosi quando mi sono presentato la prima volta ti ho guardato e ho detto “Bene Teri, dove preferisci mangiare oggi?”.

“Voglio la pizza”.

“Andiamo in pizzeria?”.

“Ma no babbo, andiamo lì!”.

E mi hai indicato una piccola pizzeria d’asporto per turisti. La pizzeria era talmente piccola che aveva solo due sedie. Io cerco di spiegarti che non è il caso, possiamo provare un ristorantino, magari il caffè letterario dove discutere di filologia. Nulla. La piccola pizzeria d’asporto era diventato l’unico luogo seducente al mondo per te. Pizza cattivissima, ideale per polacchi. La porta non c’era ed entrava un’aria fredda insopportabile. Abbiamo mangiato così. Sulla punta della sedia come i muratori nella pausa. Poi ci siamo scambiati i fazzolettini e la bottiglietta dell’acqua. Io l’acqua non l’ho nemmeno pagata. Non so perché. Forse perché faceva schifo la pizza e volevo un riscatto parziale. Ci veniva da ridere perché nessuno la voleva tenere in mano perché avevamo fame. La appoggiamo su un piano colmo di volantini. Ruminiamo in silenzio mentre osserviamo entrare una mandria di ragazzini di 15 anni rumorosi e dalle risate sguaiate. A me innervosiscono. A te affascinano. Fra nove anni sarai con loro e io su una spiaggia greca. Nel frattempo possiamo solo guardarli. 6,20 euro di pranzo. Io sto gelando nell’umidità sgarbata di gennaio e ti propongo un caffè in Piazza del Popolo. Tu accetti, a patto che ti venga corrisposto un gelato come contropartita. Mentre sorseggio il caffè leggo un quotidiano e tu ti gusti il gelato osservando in vetrina i colori dei pasticcini. In quel momento non lo saprò, ma ero felice. Ci facciamo una breve passeggiata parlando di viaggi o cazzate insignificanti e ci dirigiamo poi verso casa dei nonni.

Mentre torno al lavoro penso una cosa che mi sorprende:

sei l’unica persona che non mi annoia mai.

In soldoni è poco più di un’ora di tempo e quaranta minuti d’auto ma vale davvero la pena.

‘notte babbo

Il Poderone

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Ti scrivo mentre stai guardando “Oggy e i maledetti scarafaggi”, neutralizzata dalla febbre. Questa volta però la febbre è giunta in un momento non decisivo. Mentre dicembre volge al termine, lasciandoci qualcosa di irrisolto nell’animo, non posso non celebrare i due eventi del mese.

Macchè Natale.

Il 18 dicembre c’è stata la prima esibizione canora della tua scuola al Teatro Alighieri di Ravenna. Una cornice non da tutti. La Mordani, (ignara, forse,della prima puntata di Masterchef) organizza da anni questa esibizione, di cui non sapevo assolutamente nulla e nella quale sono coinvolte tutte le classi elementari. Tutto in piena regola, con biglietti, posti assegnati e steward che indirizzavano i genitori. La cosa buffa è che i nonni hanno acquistato in un secondo momento i biglietti rimasti disponibili come accade a Wimbledon con il popolino. Io e la mamma ci siamo vestiti sontuosamente. Io, in verità, non sapevo a cosa andavo incontro. Non un programma, un’ idea. Ti ho chiesto qualcosa, ma stai diventando snob, rispondi secca e a monosillabi. Forse mi dovrò abituare per i prossimi venti anni.

Il teatro è strapieno e per un momento mi fermo a pensare che tu sarai sul palco. Non è male questa sensazione. Potrei anche abituarmici. Ci hanno chiesto di vestirti con pantaloni scuri e maglia bianca. Quando il sipario si apre tutto il teatro ha un respiro mancato. Il colpo d’occhio è bellissimo, le prime classi sono tutte sedute a terra e le quarte e le quinte in piedi sullo sfondo. Parte la musica, ma in platea siamo tutti indaffarati a individuare il rispettivo figlio con movimenti improbabili del collo. Finalmente individuiamo il tuo cerchietto viola. Sei impallata da un’altra bambina e inveiamo con una cattiveria indicibile contro di lei. Non riusciamo a vederti, cosi ci arrendiamo e ascoltiamo il concerto che con mia sorpresa non sarà noioso. Ad un certo punto farete anche un pezzo in dialetto sardo.(1) In dialetto sardo!? Poi canterete “Mio fratello che guardi il mondo” di Fossati. Versione bellissima. Ahimè non mancheranno alcuni canti di natale, ma li tolleriamo. Dopo un’ora di concerto non mancheranno un paio di bis, pubblico in visibilio, tanti sorrisi e sguardi di apprezzamento. Quando esci ti accogliamo come Madonna e tu non mi guardi nemmeno si striscio, troppo occupata a saltare nelle braccia della mamma, nonna, nonno, zia. Penso al babbo di Agassi e capisco che non ne ho il carisma e la costanza. Addio WNBA.

A casa ti mettiamo a letto entrambi, troppo orgogliosi di coccolarci la nostra versione degli One Direction. Io mi siedo sul bordo del letto e ti chiedo di ricantarmi la canzone in sardo. Tu lo fai e noi siamo basiti. La sai veramente!! Sarò un tenerone, ma mi hai emozionato.

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(1)

Anninnora anninnora cuccu meu

Prama di otti lera fizzu fizzu

Anninnora anninnora cuccu meu

Tentu m’happunu fizzu incrabu mannu

Soddos sos scaboddos de sa ghedda

Folla manna niedda sazza resa Arrosittedda,

arros’in tundu ‘n tundu Si bivis in su mundu gosadiaricerche infruttuo

A su timbiri timbiri timbiri dona Ehja

Ninna nanna, ninna nanna piccolo mio.

Palma d’orto, sciocchezza figlio, figlio.

Mi è nato un figlio nel monte Caprone.

Sono due i capi del gregge. Foglia (di tabacco) grande e nera sassarese.

Piccola Rosa (gira) in tondo in tondo.

Se vivi nel mondo, godilo.

A su timbiri timbiri timbirindona (nelle canzoni sarde significa il suono del tamburo)

Un mese di indagini infruttuose alla ricerca della vacanza perfetta:

Località sciistica, con terme annesse, baby club, ristorante con specialità regionali e prezzi abbordabili. Ho dato la patata bollente alla mamma, che dopo aver rischiato il licenziamento da se stessa, per l’esaurimento ha deciso che non c’è nulla al caso nostro. Da fine novembre stavamo cercando qualcosa e al 23 di dicembre nulla era stato ancora deciso. Mi ha spedito almeno trenta link diversi, ma nulla degno di riceverci. Inoltre quest’anno avevamo deciso di inserire anche Nahui nel pacchetto vacanze. Mi ero già rassegnato al fatto che non avremmo combinato nulla, quando ricevo un sms nel pomeriggio del 23:

“Andiamo tutti dalla Lorenzina”.

La Lorenzina  è  una amica di famiglia che gestisce l’agriturismo “Il poderone” nelle colline di Santa Sofia (FC). Addio comodità, terme e mondanità. Ci ritiriamo in un luogo impervio, dove le uniche attività sono mangiare e giocare a briscola mentre fuori nevica. Almeno questo dice il programma. C’è anche l’opzione escursioni, ma non abbiamo le scarpe adatte. In ogni caso, vogliamo solo non dover passare le festività in famiglia in un tour oramai stantio, fatto di auguri, visite, regali e routine da fila alla posta.

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Il luogo è davvero lontanissimo da qualunque riferimento ed il nostro smarrimento viene consolato dall’ascolto del menù natalizio:

antipasto di lesso con giardiniera, patè di fegato con mela, spaghetti rossi di rapa, zuppa imperiale in brodo, lasagnetta ai porcini, radicchio e verza dell’orto con pancetta, arista in rostbeef, anatra all’arancia e mascarpone con panettone.

Dubito di finire ucciso con un’iniezione letale nel braccio della morte(se fosse però so che la mia vittima sarà uno di quelli che commentano il film al cinema) ma l’ultima cena sarà così composta.

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Detto così sembra il solito menù fatto di quantità, eppure tutto era dannatamente di qualità. Tutto infinitamente buono, accurato e squisito. Che uno dice: ”va bè, un piatto così così c’era” ed invece no. Tutto valeva il bis.Ed in questo trionfo di sapori cosa accade? L’inenarrabile. Nel tavolo a fianco al nostro una bambina di sei anni si annoia. Ecco come è andata: io e la mamma abbiamo salutato tutti e ci siamo diretti di corsa verso i due kili in due giorni e tu a giocare con Arianna, la tua nuova amica. Oh, quando dico due kili in due giorni non è una esagerazione, perché uno può pensare che il pranzo fosse ricco perché di Natale. Ahimè, no. Anche la sera c’era la stessa quantità e qualità d’offerta.

Nahui ha gradito molto, anche perché ogni tanto le regalavo qualche boccone e tanto prato come i 40 ettari della Lorenzina non li ha mai visti nemmeno sul mappamondo.

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Il giorno di Santo Stefano ti è venuta la febbre ma non avevamo nemmeno il termometro e così abbiamo fatto tutti finta di nulla. Ora sei a letto tremante con trentanove, ma non siamo pentiti di averti strapazzata.

Durante la vacanza la mamma mi ha chiesto:

“Chissà se fra trent’anni ci sarà ancora un luogo come questo”.

“Che intendi?”.

“A conduzione familiare, semplice, genuino, che cucinano le cose dell’orto, con la Lorenzina che si siede al tuo tavolo per chiederti come stai. Chissà”.

Io le ho detto di sì.

Sono certo che fra trent’anni tu ci tornerai dalla Lorenzina e sono anche certo che rimarrai bloccata dalla neve ed io, nonostante il tuo ragazzo non mi piaccia, verrò con Nahui a salvarti.

Notte babbo.

Lo spirito del Natale

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Come ogni anno che si rispetti la chiusura dei corrispettivi scavalla sopra i cento scontrini e questo può significare solo una cosa: lo spirito del Natale è tra noi.

Il lento defluire del sentimento natalizio in me ha provocato una risacca colma d’avidità. Quando l’inutile e sacra ghirlanda viene posta sopra l’infisso del mio negozio so che posso preparare gli elastici. Il solito rito stanco del regalo mi si srotola davanti e i commenti rabbiosi di chi è costretto a farlo mi fanno ammalare.

Mentre me ne sto iracondo, schivo e torvo sul divano guardando “Non è un paese per vecchi” tu mi annunci, ignara di quanto sopra, l’avvento del Natale. In casa nostra non lo menzioniamo fino al 7 dicembre, ossia fino al giorno prima di fare l’albero. La mamma ce lo rammenta e tu diventi lo spot del Natale. Inizi a progettare l’albero, a chiedermi la cometa da apporre sulla punta e mi spintoni per scendere in cantina a prendere il tronco natalizio, dove dorme un sonno gelato da undici mesi.

Anche a scuola, dove abbiamo già detto di bandire ogni riferimento, ti caricano a palla con canzoni

natalizie, disegni natalizi e piccolo artigianato natalizio. Insomma, quando il Natale arriva non lo puoi fermare. La mamma ha varato un’iniziativa dall’anno scorso:

il calendario dell’avvento.

L’anno scorso lo avevamo comprato al Lidl e in ogni finestrella vi era una cioccolatina con motivi natalizi. Quest’anno l’animo da architetto le ha sviluppato il desiderio di rendere più intrigante la questione ed ha pensato di costruirlo da sè. Ha preso della carta, ne ha fatto delle confezioni e dentro c’ha messo delle liquerizie, delle caramelle muu o delle galatine. Ogni mattina ti alzi con un entusiasmo cristallino per la sorpresa che andrai a scartare. In verità, geniale.

“Forse non lo sai ma anche questo è amore”.

Oh, come avrei voluto la mamma come mamma.

Naturalmente i geni sono i miei, quindi passato l’effetto emotivo e sentimentale, sai che dopo un anno si incassano i dividendi. E’ tempo di scrivere a Babbo Natale. Hai assunto la mamma come scribacchina per il tempo di un A5 e le hai dettato tutti i tuoi desideri. Ne è nata una lettera che sa di estorsione, di minaccia e avidità, il linea forse con i nostri tempi, ma non manca di una certa dolcezza che non lascia indifferenti. Il mese di dicembre è sempre stressante per il lavoro e la contagiosa ansia che si respira tra i clienti, ma nulla rispetto alla difficoltà nel trovare i regali da te richiesti.

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L’asse con il ferro da stiro non l’ho trovata. Ho trovato la lavatrice, l’aspirapolvere, il kit da ingegnere, il fasciatoio con il mobile annesso e il mocio col secchio. Il salone di bellezza di Barbie è introvabile e l’unico che sono riuscito a trovare è un modello vintage del 1981 oppure quello dedicato ai cani. Le scarpe col tacco te le abbiamo prese al Disney store di Bologna un paio di domeniche fa, registrando una densità di clientela per metro quadro da far tremare lo stato di New York. Avevi raggiunto un tale livello di pressione ed entusiasmo che non potevamo uscire senza nulla. Le scarpe col tacco, scomodissime e costose, erano un male necessario.

Ma il vero obbiettivo era il vestito di Elsa.

Sold out al Disney store per tutto il mese. Introvabile nei negozi di giocattoli. Raro quanto un trolley di fabbricazione europea. Poco dopo abbiamo capito che l’unica speranza era su internet. Ed una sera, la mamma mi ha chiamato per ovviare al problema. Cosi abbiamo ordinato dalla Cina il vestito con la speranza che lo consegnassero entro Natale. Oggi è arrivato. 20 euro di poliestere e nessun riferimento alla Disney. Un fake. Non che mi interessasse fosse Disney, ma come rimanere indifferenti alla genialità di questi cinesi. Volpi incapaci di prendere gatti come prigionieri.

Oh, il riferimento ai soldi del bigliettino è molto interessante. Ovviamente deve esserti stato messo in bocca dalla mamma perché a sei anni, per quanto io cerchi di allevarti secondo gli insani principi di denaro e affermazione sociale, non puoi essere tanto precoce. La cosa buffa è che se mettessi in mano alla mamma centomila euro o la possibilità di godere di un uomo che le massaggiasse i piedi ogni sera, sceglierebbe la seconda.

‘notte babbo

“BABO”

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Al mio ritorno ci sei tu.

…E mentre la sera, come Marilyn a John, mi canti “happy birthday babbone” davanti alla torta di compleanno più brutta del mondo, io non posso non pensare che sono un uomo fortunato.

Al mio ritorno avrò una sorpresa più entusiasmante di qualunque master di tennis. Perché è questa la semplicità della vita. Ciò che realmente ci rende felici e appagati è a portata di mano, mica a Londra.

Noi desideriamo nuotare con le balene in Polinesia, ma il maestoso ce l’abbiamo in casa.

Hai imparato a leggere e scrivere.IMG_1755

Non hai sei anni, ma io non scambierei i tuoi biglietti con la letteratura di Tolstoj.

E’ tutto un pizzino, un bigliettino, un post-it.

 

 

 

 

 

Hai scritto sul calendario il giorno del mio compleanno e dimmi tu come posso ora passare al mese di dicembre. Cerchi di scrivere ogni volta che ti è possibile e non ti curi, giustamente, degli errori. Avessi io il tuo coraggio di sbagliare. Prima di dormire fai una lista delle cose che desideri fare l’indomani, quando pensi ad una tua amica le scrivi un biglietto che le darai e per farti perdonare scrivi qualcosa.

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La scorsa settimana abbiamo litigato. Una cosa da niente. Tu non volevi che ti leggessi la favola e mi hai allontanato malamente, in modo irriguardoso. Quando sono andato a letto, ho trovato un bigliettino sotto il mio cuscino.

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Ti eri sentita in colpa e mi hai scritto un bigliettino riparatore. Io mi sono commosso per il gesto. Non hai le capacità per elaborare un concetto scritto, ma in fondo cosa serve dire oltre che “BABO” per fare pace.

Stai ripagando tutte le notti insonni che mi hai fatto passare.

Il tuo biglietto l’ho conservato ed è il mio segna libro preferito.

 

 

 

 

Sai, oggi mentre lavavo i piatti, sei entrata in cucina e mi hai detto:

“Babbo, lo sai che quattro anni fa ero alta fino a qui”. (In camera tua segniamo ogni tre mesi la tua altezza tirando una piccola linea sul muro). E ti sei tracciata una linea all’altezza del cuore. Era vero. C’ho pensato.

Eri davvero piccola ed io sto assistendo, senza rendermene conto, alla tua crescita. Quando ti guardo non mi fermo mai a pensarti a com’eri, ma ti vedo sempre nel presente. E tu me l’hai rammentato. Ti ho visto nascere, c’ero al primo respiro e la prima notte a casa. C’ero quando hai fatto i primi cinque passi incerti, alla prima carezza a Nahui e quando sei andata all’asilo. Quando l’hai lasciato. C’ero al primo volo in aereo e alla prima volta in pronto soccorso. C’ero al primo giorno di scuola. Ci sono anche oggi mentre lavo i piatti e ti preparerò il latte prima di addormentarti.

(Non li lavo tutte le sere, è vero, che poi la mamma mi dice che se rileggi da grande sembra che io abbia fatto tutto).

E’ una bella sensazione questa. La posso quasi condividere con te. E’ bello sapere che potrei venire da te e spiegarti quello che ho appena scritto. Sai scrivere, leggere in stampatello grande e recrimini se vado a Londra e non ti porto con me. Mi piace e ammetto che questa fase della tua vita mi appassiona cento volte di più dei primi tuoi anni. Stiamo iniziando a ragionare, ora sei una personalità non solo fisica, e a giudicare dal biglietto che scriverai a Babbo Natale non è detto che  ne abbia solo a guadagnare… ma questo è un altro post.

 

‘notte babbo

Roger vs Stan

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Oggi compio 39 anni.

Un’ età che mi permette ancora una certa serenità. Non è ancora il momento del bilancio di mezzo mandato. Posso ancora guardare ai quarantenni come uomini destinati ad una vecchiaia mentalmente anticipata e sorridere ai trentenni come uno del branco, il più esperto e forse il più saggio. I ventenni non mi interessano. Quella è una età che, se ci ripenso, ho vissuto con un velo che mi ovattava le sensazioni e i sentimenti. E non era mica un velo di seta, era rozza ecopelle. Insomma, gli anni che si vivono dopo i trenta valgono almeno tre anni di quelli da ventenne. Che se ci ripenso mi chiedo come ne sono uscito indenne. Questa premessa apparentemente ottimistica non mi ha tolto però il concetto del tempo. Gli anni stanno passando con una velocità simile solo a quella delle ferie e da qualche tempo non posso non pensare che ci sia dentro anche io a questo calderone di fatalità.

Così mi sono messo a fare una lista.

Non l’ho fatta ieri. Un giorno, mi trovavo sull’ A4 in direzione Padova e, mentre mi dirigevo ad un’asta di minibar da camper, ho pensato alla caducità della vita, alla sua ironica e fragile fine. Non potendomi opporre ai capricci degli dei ho pensato bene di stilare una lista. Una vera lista di cose che mi piacerebbe fare prima che la parca, sottoforma di farfalla dalle grandi ali lanute, mi venga a trovare attaccando la musica della sua viola. Non mi è servita carta e penna perché ciò che volevo doveva essere ben saldo nella mia mente. Così ho espresso un desiderio.

I desideri, per come li vedo io, devono avere due qualità imprescindibili: la brevità e la fattibilità.

Non devono essere duraturi perché ciò li farebbe perdere di straordinarietà e non possono essere irrealizzabili. Se lo sono, non sono per noi. Devono avere il giusto grado di difficoltà. Così, all’altezza di Rovigo Nord, ho deciso il mio desiderio: vedere una partita di Roger Federer prima del suo ritiro.

Roger Federer è sempre stata un’icona per me, maestro di un gioco che non conosco fino in fondo, ma che da sempre mi rapisce per complessità ed eleganza. Roger ha 33 anni e non gioca tutti i tornei. Inoltre non gioca quelli in Romagna, quindi sapevo che non sarebbe stato facile. Con mesi di anticipo mi sono messo alla ricerca di biglietti, ho prenotato il volo e l’hotel e ho coltivato la speranza che ci potessimo incontrare davvero. Ho designato luogo dell’incontro la O2 Arena di Londra, all’interno del master di tennis.

Il 15 novembre pioveva a Londra, eppure il mio cuore era felice e mentre camminavo mi chiedevo se gli altri percepissero la mia eccitazione che non sapevo dire se fosse per Roger o per il fatto stesso di essere lì. Spendo una cifra indicibile per essere lì, eppure sorrido all’immigrata che mi vidima il biglietto all’ingresso. Sono riuscito a realizzare un desiderio. Forse effimero, ma mi sovvengono queste parole di Pavese mentre entro sul campo con il cuore che miagola nel petto d’emozione:

“Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive, ma non valgono queste ciliegie, che mangio da solo”

Roger giocava contro Stan Wawrinka e tutti ventimila eravamo un unico muscolo pulsante che batteva al tempo dei colpi di Federer. Eravamo schierati e questo ci faceva sentire invincibili, o almeno io mi sentivo così. La partita è superba, Roger e Stan si aggiudicano un set a testa e siamo tutti eccitati per essere arrivati al terzo set e per non avere un problema al mondo. Perché quando gioca Federer i problemi te li dimentichi. Così come gli acciacchi fisici. Puff! Tutto sparito. Non è una sensazione comune e facile da provare. Siamo tutti certi che Roger giustizierà Stan, colpevole di averlo trattenuto per il terzo set. Invece Roger sbaglia e Stan ne approfitta fino ad arrivare ad un macthpoint. Federer lo annullerà tra l’angoscia generale. Il tuffo globale nel Tamigi viene rinviato momentaneamente. Stan si guadagna un altro match-point. Scene di sbigottimento generale, uomini con le mani nei capelli come se gli avessero comunicato la perdita di moglie e figlio in sala parto. Roger compie il miracolo e le spine dorsali di ventimila persone si rilassano. Ma non c’è pace per noi e Stan si guadagna un terzo match-point. Io non posso più stare a sedere, sbraito e bestemmio cose irrepetibili, mi alzo infischiandomene del mio vicino dietro di me e di tutto il self control inglese. Anche il personale della security non segue più il proprio lavoro e lo stadio è un magma incontrollato, gambe e braccia che si tendono in movimenti spastici. Se Roger perdesse temerei per la vita di Stan. Roger è impassibile come un casellante e non si coglie sul suo viso un’ombra di preoccupazione. Noi non lo sappiamo, ma deve aver già vissuto questa situazione almeno cinquecento volte. Lo scambio ha inizio e l’unica cose che si sente è il suono liquido della pallina che vola da una racchetta all’altra. Se qualcuno ha respirato l’ha fatto involontariamente. La tensione era tale e la concentrazione così smisurata che avremmo potuto liquefare un ettolitro del sangue di San Gennaro. Quando Stan butta la pallina oltre la linea molti sono sulle ginocchia guaendo dalla disperazione per la tensione. Non saprei dirti perché il tennis porta a questa tensione. Quando Roger chiude il game a proprio favore mi affloscio sulla sedia, qualche dio mi ha sfilato la colonna vertebrale e sento che non potrò tornare in hotel sulle mie gambe. Siamo solo cinque pari e tanti hanno voglia di piangere. Di angoscia o felicità è soggettivo. La partita va al tie-break e non sono certo di poterlo reggere. Quando Stan si procura il quarto match-point molti ridono sguaiatamente, comportamento tipico della pre-ischemia. Io ho due palline da ping pong negli occhi e abbraccio una balaustra con un istinto di sopravvivenza che non mi apparteneva. Roger salva il quarto match-point ed inizio a pensare che sia tutto uno scherzo. Da tre ore sta giocando ad un ritmo disumano. Lo sappiamo tutti. Stan ha 27 anni ma Roger 33. E’ un abisso nel tennis. Roger annulla anche il quarto. Inizio a pensare se l’uomo può abituarsi all’ inverosimile. Finalmente Federer si procura un match-point e Wawrinka sbaglia. thCA4KC8RS

Game, set, match Federer.

Collassiamo nelle nostre sedie. Quando torniamo in noi c’è solidarietà nei nostri occhi, come quando il prete chiede di scambiarsi un gesto di pace; siamo stati testimoni di una delle partite più appassionanti dell’anno. Quando Roger viene intervistato in mezzo al campo dice una cosa che non può non colpirmi. La prima cosa che dice è questa:

“Questa sera, sono stato davvero fortunato”.

Non è vero, ma come non apprezzarne l’umiltà. Poteva dire tutto. Ha scelto la compostezza. Quando la domenica ci annuncia che non giocherà per un problema alla schiena nessuno fischia. Lo aspettava Novak Djokovic per una partita che da molti era prospettata da cineteca. Il match con Stan l’ha costretto a ritirarsi. Io non riesco nemmeno ad arrabbiarmi. La partita che ho visto mi ha riempito di gioia e felicità. Di solito non piace, ma questa volta sono felice di accontentarmi.

‘notte babbo

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